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Maria Laura Maddalena

INTERVISTE JEMOLINI: MARIA LAURA MADDALENA, MAGISTRATO AMMINISTRATIVO

Lei si laurea con il massimo dei voti alla Sapienza di Roma e successivamente è vincitrice della borsa di studio indetta dall’Istituto Jemolo con la conseguente ammissione nel 1995 al “Corso di preparazione alla professione forense ed alle carriere giudiziarie”. Perché scelse di partecipare al bando indetto dallo Jemolo? Conosceva già il nostro Istituto?

Ricordo che appresi dell’esistenza dell’Istituto Jemolo grazie ad una mia amica. Lei mi disse di provare a fare la domanda per la borsa di studio. Ne fui subito entusiasta, perché cercavo una scuola di preparazione per la magistratura, ma non amavo i corsi super affollati. Fu in quella occasione che conobbi l’Istituto Jemolo.

Il metodo didattico-scientifico dello Jemolo si basa sulla visione integrata data dai collegamenti tra discipline e competenze diverse. Le è stato utile nella sua formazione? Lo utilizza nella sua attività?

Credo che il metodo della integrazione tra le varie discipline giuridiche sia l’unico possibile per capire davvero la complessità del diritto. In realtà, durante il corso di laurea, questa visione integrata è molto difficile: si tende ad uno studio settoriale, esame per esame.

E’ dopo la laurea o forse già all’ultimo anno di corso, quando si affrontano esami come il diritto e la giustizia amministrativa e le procedure, che i collegamenti tra le varie discipline giuridiche cominciano ad apparire alla mente dello studente, quasi in modo naturale. E’ in quel momento che si acquisisce la consapevolezza che il mondo del diritto deve essere visto come un “sistema”.

Il metodo della “visione integrata” tra le discipline e tra le varie competenze (del professore, dell’avvocato e del magistrato) proposto dal corso Jemolo ha consolidato in me questa embrionale percezione, mi ha aiutato a imparare a studiare in modo critico ed autonomo e soprattutto a risolvere dei problemi giuridici senza avere già la soluzione in tasca e senza aver letto l’ultima sentenza della Cassazione sul tema.

Anche nel mio quotidiano lavoro di giudice amministrativo questa attitudine a trovare soluzioni a problemi mai arati dalla giurisprudenza, facendo uso di una visione integrata delle discipline giuridiche, mi è utilissima. Quasi mai, infatti, la questione concreta trattata trova una risposta definitiva nelle banche dati. Occorre misurarsi con tutte le opzioni ricostruttive possibili e, nel fare questo, è molto importante non perdere di vista le categoria giuridiche fondamentali, quelle del diritto civile e della procedura civile, per esempio, o talvolta anche quelle del diritto penale, oltre a quelle di diritto amministrativo.

Ha un ricordo particolare del corso e degli insegnanti?

Ho in primo luogo un bellissimo ricordo del Prof. Francesco Gazzoni.

Le sue lezioni mi affascinavano per l’estremo rigore logico di tutte le sue spiegazioni. Ho studiato il suo manuale fino a consumerne le pagine e per me è stata una grande palestra nello sviluppo della capacità di costruire il ragionamento giuridico, nelle forme di un pensiero integrato e sistematico, come dicevo prima.

Anche l’incontro con il Presidente De Roberto è stato per me fondamentale. La sua profondità, accompagnata da un linguaggio di straordinaria potenza evocativa, è stata una grande occasione di crescita e di approfondimento del diritto amministrativo.

Le esercitazioni pratiche di amministrativo, tuttavia, furono per me altrettanto stimolanti. In quel periodo studiavo per l’esame di dottorato in diritto amministrativo ed ero particolarmente interessata ad approfondire questa materia. Ricordo con molto piacere il quotidiano confronto con l’avv. Medugno e con il magistrato amministrativo, Italo Volpe, soprattutto sulle questioni di diritto processuale amministrativo.

Magistrato del TAR, magistrato ordinario, consigliere parlamentare, ma ha svolto anche attività di docenza, quale è il ruolo che preferisce?

Sono stata consigliere parlamentare, magistrato ordinario e magistrato del TAR. A queste attività ho sempre affiancato quella di assistente universitario in diritto amministrativo prima e poi di docente in vari master e, da un paio di anni, anche in un corso di laurea in giurisprudenza, dove insegno diritto ambientale. Per me, la collaborazione universitaria è sempre stata estremamente stimolante e foriera di grandi soddisfazioni. Insegnare agli studenti universitari e dei master è infatti in primo luogo un modo per mettersi in gioco e per aggiornarsi continuamente. Ma è soprattutto una straordinaria occasione per crescere professionalmente, nello scambio dialettico con gli studenti. Uno strumento per imparare e capire in modo nuovo gli argomenti oggetto delle proprie lezioni, e ciò grazie all’apporto dialettico degli studenti.

Per me la lezione è essenzialmente un dialogo, un confrontarsi per raggiungere le migliori soluzioni interpretative e sono davvero soddisfatta quando si crea nella classe un clima di scambio reciproco, con domande e risposte ed interventi spontanei della platea.

Direi dunque che le due attività sono per me assolutamente complementari.

Penso che non potrei fare bene il magistrato se non avessi questa continuo confronto con il mondo universitario, ma non potrei nemmeno fare bene il mio lavoro di docente se non portassi agli studenti la mia esperienza quotidiana di giudice amministrativo e l’approccio pratico-problematico che essa comporta.

Quando ha capito che la magistratura era la strada che voleva intraprendere?

Ho deciso che avrei fatto il magistrato il 19 luglio 1992, quando appresi della morte orribile di Borsellino. Ero all’epoca studentessa di giurisprudenza ma non avevo ancora le idee molto chiare sul mio futuro. Fu quella stagione dal maggio del 1992 all’estate del 1993 che radicò in me la volontà di fare il magistrato a tutti costi. In quegli anni leggevo storie di magistrati, quali ad esempio Rosario Livatino, Caponnetto, oltre a Falcone e Borsellino ed altri ancora. Volevo, romanticamente, contribuire alla loro causa.

Poi, poiché le strade della vita sono strane, vinsi subito, appena laureata, il concorso per consigliere parlamentare e cominciai a lavorare alla Camera. Ma non volli rinunciare al mio sogno di diventare magistrato.

Così, unica nella storia della Camera credo, dopo tre anni lasciai quel prestigioso lavoro, avendo ricevuto molte soddisfazioni, e iniziai il mio uditorato, che mi condusse poi a prendere servizio a Milano come giudice penale.

Dopo qualche anno, la mia passione per il diritto amministrativo mi ha portato a superare il concorso per magistrato TAR e a prendere servizio, nel 2003, a Napoli.

Quali sono le qualità che un magistrato, ed in particolare un magistrato amministrativo, deve avere?

Credo tuttora, dopo 22 anni di magistratura ordinaria e amministrativa, che fare il magistrato sia uno dei lavori più belli.

Bisogna tuttavia essere consapevoli del peso della grandissima responsabilità che questo lavoro comporta, peso che si può sopportare solo con molta umiltà e con il coraggio di cambiare idea quando si capisce che si è sbagliato.

Il lavoro del giudice è spesso molto difficile, nel caso del diritto penale soprattutto, per le conseguenze sulla vita altrui delle proprie decisioni e per la difficoltà a volte di disporre di un corredo probatorio che dia la certezza assoluta della giustezza della propria tesi.

Ma è altrettanto difficile anche nel diritto amministrativo, quando ci si trova – come spesso avviene in alcuni TAR in particolare – a dover sindacare scelte della pubblica amministrazione molto delicate, che coinvolgono interessi pubblici di enorme rilievo o che possono avere un grande impatto nella vita delle persone, laddove le norme lasciano spazio a diverse interpretazioni e la giurisprudenza non è consolidata.

In questi casi e, in generale, anche quando si affrontano cause più semplici, quello che conta è mantenere sempre una posizione equilibrata, non innamorarsi di una tesi o di un’altra, cercare di avere un quadro complessivo e completo della vicenda e del tessuto normativo applicabile e di inquadrarla sempre nel contesto costituzionale ed eurounitario.

Inoltre, anche nelle materie tecniche in cui è difficile raccapezzarsi, credo sia importante che il giudice amministrativo (anche con l’aiuto di consulenti) faccia uno sforzo particolare di comprensione e approfondimento, per avere piena contezza del fatto e per comprendere a fondo le dinamiche in cui esso si svolge.

Occorre dunque una certa dose di curiosità e la voglia di comprendere mondi molto diversi da quello del diritto.

Solo in questo modo, secondo me, si può raggiungere una buona decisione.

Talvolta il parto di una decisione può essere lungo o tortuoso. Anche se questo percorso può non apparire (anzi non deve apparire) nella stesura della sentenza.

Di importanza centrale è però sempre il confronto dialettico con il Presidente e con i colleghi in Camera di consiglio. Pertanto, occorre sì saper difendere con coraggio e sicurezza le proprie tesi, ma occorre anche, come dicevo prima, grande umiltà e capacità di mettersi in discussione e anche di cambiare idea.

Lei è un’esperta di diritto amministrativo e molte sono le Sue pubblicazioni in questo campo, da dove nasce la passione per questa materia?

Il mio amore per il diritto amministrativo ha radici lontane. E’ nato proprio studiando per l’esame di diritto amministrativo all’università sui libri di Sandulli e Nigro ed ascoltando le lezioni del Prof. Alberto Romano. Mi colpì del diritto amministrativo la sua duttilità, la complessità e la capacità di incarnare sul piano giuridico la dialettica tra libertà e autorità, che mi aveva sempre appassionato a livello filosofico.

Feci la tesi di laurea in diritto amministrativo e il corso di dottorato di ricerca in diritto amministrativo. E’ in questo contesto che ho iniziato a scrivere le mie prime note a sentenza sul Foro italiano.

Da allora, nonostante abbia lavorato come consigliere parlamentare prima e come giudice penale poi, il diritto amministrativo è stato sempre la mia materia di elezione, alla quale ho dedicato parecchie pubblicazioni.

Cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono fare il magistrato?

In primo luogo, consiglierei loro di avere sempre un approccio critico ed autonomo nello studio e di non appiattirsi nel memorizzare i vari ottimi manuali in circolazione per la preparazione al concorso, ma cercare di leggere le sentenze, soprattutto dell’Adunanza plenaria del Coniglio di Stato, cominciando da quelle più risalenti, che hanno fatto la storia del diritto amministrativo.

L’importate è imparare a ragionare, saper risolvere problemi giuridici e saper scrivere un tema anche su un argomento che non si è studiato, costruendolo sulla base dei principi e delle norme.

Consiglierei inoltre loro anche di seguire il dibattito dottrinale sulle riviste giuridiche più importanti e, se ne hanno la possibilità, di fare il tirocinio presso un Tribunale ordinario o amministrativo, per vedere da vicino il lavoro del magistrato. Molto utile credo sia anche l’attività di redazione di note a sentenza.

La preparazione al concorso in magistratura è una prova durissima. Bisogna essere molto determinati e capaci anche di grandi sacrifici, in una fase della vita in cui ci sono tante altre attrattive importanti.

Almeno per i primi anni dopo la laurea, poi, se possibile, consiglierei di non partecipare ad altri concorsi e di non accettare altre proposte di lavoro, poiché il rischio è che una volta assunti in una pubblica amministrazione o in uno studio legale ci si disperda e non si abbia più il tempo e la forza da dedicare alla preparazione di questo concorso.

La ringraziamo della sua disponibilità

Grazie a voi e all’Istituito Jemolo della possibilità di rendere questa testimonianza.